Alita, l'Angelo della Battaglia

24 October 2019
Che i grandi registi di Hollywood apprezzassero e guardassero con occhio attento ciò che proveniva dal mondo dell’animazione nipponica era risaputo: ben più difficile che si giungesse alla realizzazione di un colossal cinematografico. E uscite molto infelici come Dragonball Evolution (o di prodotti “ispirati” come Pacific Rim) di certo non hanno aiutato negli sviluppi di prodotti con trame dal grande potenziale sia artistico che di appeal verso il pubblico.
Per fortuna che l’interesse di un regista straordinario come James Cameron, il cui soggetto gli fu segnalato da Guillermo del Toro, è arrivato non senza ritardi e fatiche, alla trasposizione di Battle Angel Alita, manga cult degli anni 90.
La storia di Alita si svolge nella “Città Discarica”, una metropoli posta sotto Salem, la fantastica città sospesa tra le nubi che getta sotto di sé i rifiuti. In questa discarica il cyberdottore Ido Dyson (Ido Daisuke nel manga) ritrova un vecchio cyborg gravemente danneggiato ma dal cervello ancora intatto. Decide quindi di rimetterlo in sesto e dargli il nome di Alita in memoria della figlia defunta (nel manga è il nome della sua gatta morta pochi mesi prima). Da qui iniziano le avventure di Alita tra la scoperta del suo passato attraverso le sue abilità innate, come l’arte marziale del Panzer Kunst, gli scontri con i criminali, il Motorball e i misteri che circondano la città di Salem.
Il pregio maggiore del film, assolutamente non scontato in questo genere di produzioni, è la buona aderenza con il materiale originale che si discosta solo in alcuni dettagli. Merito va alla sceneggiatura James Cameron realizzata con Laeta Kalogridis e al regista scelto dallo stesso Cameron (il quale è rimasto come produttore, essendo impegnato con i film di Avatar): Robert Rodriguez. Rodriguez era stato inizialmente coinvolto da Cameron per riassumere e combinare le 186 pagine di sceneggiatura e le circa 600 pagine di note e, soddisfatto per il lavoro svolto, gli ha affidato la regia.
L’attesa prolungata negli anni (la prima idea di Cameroon risale al 2000) ha consentito di maturare delle tecnologie di ripresa che si sono evolute grazie alla realizzazione di Avatar e sono state usate per animare i personaggi del film. Un mix tra “motion capture” (per i movimenti del corpo) e “performance capture” (per le espressioni facciali) ha consentito agli autori di fondere la realtà con la ricostruzione CGI creando un effetto incredibilmente verosimile.
Le scene di lotta e di azione, come le corse di Motorball, risultano realizzate egregiamente e sorprendono lo spettatore per il loro realismo (da segnalare la telecronaca del giornalista sportivo Guido Meda, scelto per il doppiatore italiano, che rende ancora più particolare la versione italiana).
Questo eccezionale comparto grafico risulta però un valore aggiunto che sposta un po’ l’equilibrio verso la pura azione, facendo perdere alla storia parte della componente più interiore: la storia d’amore tra Alita e il giovane Yugo risulta troppo adolescenziale e gli aspetti filosofici e di tematiche morali che vengono approfondite nel manga sono quasi del tutto assenti. Lo stesso vale per lo sviluppo del personaggio di Alita che viene mostrato solo all’inizio della sua storia, non a caso il film copre all’incirca i primi due volumi del manga anticipando soltanto la parte relativa al Motorball. La speranza è che il film possa godere di uno o più sequel che possano colmare almeno in parte i vuoti lasciati da questo primo lungometraggio.
Non credo però si potesse chiedere di più a Cameron nel suo tentativo di scendere a compromessi tra la fedeltà all’opera originale e le stringenti necessità di budget dello spietato mondo di Hollywood. L’augurio è che questa possa essere una pietra miliare e una bussola per i film che potranno seguire negli anni a venire, sperando di vedere un sequel che ci riporti presto nel mondo di Alita.
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