RoE 3.0+1.0: Thrice Upon a Time

21 October 2021
L’ultimo capitolo a chiusura della celebre saga, entrata nella storia dell’animazione, in un tentativo di accontentare i fan delusi dai precedenti finali.
È ormai ciclico che, a distanza di diversi anni, ci si trovi a commentare l’ennesimo finale di Neon Genesis Evangelion: ben prima della nascita di queste pagine ci fu la Serie TV e i film di End of Evangelion, poi nel 2014 fu il turno del manga di Sadamoto e ora con la Rebuild giunge quella che dovrebbe (si spera) essere la conclusione definitiva decisa dal regista Hideaki Anno. E diciamo subito che, se le altre volte le mie sensazioni furono legate a un sentimento di malinconia, questa volta le ritengo più una sorta di “liberazione”.
Data l’assenza di qualche mese degli editoriali di HW e per l’importanza dell’opera mi sono dilungato un po’ più del solito in questo articolo, Evangelion ha attraversato 3/4 della mia vita e l’articolo presenterà alcuni SPOILER, pertanto chi non avesse ancora visto il film gli suggerisco di procedere con la visione prima di leggere le mie opinioni.
Non credo sia più necessario riportare la trama della storia di Neon Genesis Evangelion, che bene o male sempre quella resta, ma è il caso di fare il punto sul cosiddetto “dove eravamo rimasti” visto che il precedente capitolo della Rebuild, 3.0 You Can (Not) Redo, risale addirittura al 2012 (2013 nella versione italiana) e non aiutò per nulla a capirci dentro qualcosa.
Il film si apre in una Parigi devastata in cui un team della Willie guidato da Ritsuko sta cercando di decontaminare la zona dai residui del Near Third Impact che ha tinto di rosso tutte le terre e subisce un attacco da parte della Nerv. Nel frattempo, dopo essere scampati al Fourth Impact grazie al sacrificio di Kaworu Nagisa e dopo che Asuka ha recuperato dai resti dell’Eva-13 uno Shinji traumatizzato dalla morte dell’amico, i due ragazzi insieme a Rey Ayanami si rifugiano a Villaggio-3, uno dei pochi avamposti dell’umanità rimasti.
Questa prima parte del film è un po’ un anticipo di quello che sarà il finale, raccontandoci un mondo che è sopravvissuto al Near Third Impact attraverso la vita quotidiana di Villaggio-3. In questo “capitolo” introduttivo, se così lo vogliamo definire, non vi è traccia degli Eva, da sempre al centro della narrazione a scandire le giornate dei Children e degli addetti ai lavori. Qui ritroviamo vecchie conoscenze diventate adulte come Toji, ora medico e sposato con Hikari, e Kensuke in veste di tecnico tuttofare.
Già in questo contesto si evidenziano importanti scelte di regia nel segno della continuità con le precedenti serie di Evangelion: le inquadrature panoramiche con le voci di sottofondo dei personaggi, elemento da sempre presente e caratteristico dei momenti più introspettivi. Non dimentichiamo infatti che sono trascorsi ben 9 anni dall’uscita del precedente film e addirittura 26 anni dal primo episodio della Serie TV. In questo lasso di tempo le tecnologie di animazione hanno avuto enormi evoluzioni tra l’avvento della CG e la digitalizzazione che hanno consentito differenti approcci alle riprese, vedere riproposte queste scelte di regia dal sapore più antico non era affatto scontato.
Lo stesso si può dire per le musiche del sempre straordinario Shiro Sagisu, il compositore di ogni capitolo di Evangelion. Nel film vengono proposti nuovi brani che sono chiaramente ispirati alle vecchie OST ma con versioni più moderne. C’è però la riproposizione di alcune tracce storiche nelle loro versioni originali in momenti chiave della storia (come la celebre Angel Attack delle scene di combattimento o l’inquietante Borderline Case durante i momenti introspettivi) che contribuiscono a sottolineare in modo ancora più efficace la sensazione di continuità di cui parlavo in precedenza.
Utada Hikaru resta in quest’ultimo capitolo la voce per eccellenza delle sigle di Evangelion (sin dalle eterne Zankoku na Tenshi no These e la cover di Fly Me to the Moon) ma per me rimane insolito il modo in cui nei primi due episodi della Rebuild fu presentata in pompa magna Beautiful World, canzone dai canoni decisamente più pop che sembrava dover rappresentare il filo conduttore musicale dell’intera Rebuild (visto inoltre il chiaro riferimento, nei titoli originali, della forma musicale della gagaku giapponese), per poi cambiare improvvisamente registro nei due film successivi con Sagura Nagashi e quest’ultima One Last Kiss.
Personalmente non sono mai stato amante di questi cambi in corsa, proprio perché vanno contro l’idea di continuità, però i 5 anni intercorsi tra primo e terzo film e i 9 anni tra terzo e quarto devono aver influito, sia da un punto di vista creativo che di puro e semplice marketing (difficile riproporre altri due arrangiamenti di un brano pubblicato 14 anni prima).
E arriviamo al nodo cruciale della questione: e quindi il finale?
Dopo aver seguito Evangelion per quasi trent’anni e, da vecchio appassionato, eviscerato qualsiasi analisi e chiave di lettura possibile tra serie canonica, spin-off, film, rebuild e manga è doveroso fare un distinguo tra ciò che emerge da una lettura più introspettiva e quello invece è una semplice “cronaca” dei fatti.
Sono convinto infatti che molti spettatori siano arrivati alla fine di questa storia, dilungatasi negli anni, con un interesse sminuito del quale resta soltanto la curiosità di sapere come va a finire.
La mia sensazione è che Hideaki Anno abbia deciso di concludere la vicenda con l’ultima “tipologia” di finale che ancora mancava all’appello, dandoci la possibilità di chiuderla come una sorta di storia a bivi nella quale si può decidere la fine che più aggrada.
All’inizio, nella Serie TV si era optato per un finale introspettivo (si sa, dovuto alla mancanza di soldi da parte della Gainax) in cui gli eventi in sé perdevano di importanza, assumendo soltanto il contorno di ciò che aveva portato alla maturazione del protagonista. Qualche anno dopo arrivò The End of Evangelion a rivelarci quali fosse l’intenzione originali di Anno per il finale della serie TV con l’avvento del Third Impact e l’umanità che viene cancellata lasciando i soli Shiji e Asuka a sopravvivere in veste dei nuovi Adamo ed Eva.
E prima di arrivare alla Rebuild non dimentichiamo la parentesi del manga di Sadamoto che aveva dato una conclusione della storia – della quale non ci è dato sapere quanto fosse in sintonia con la Rebuild visto che nel 2014 l’ultimo capitolo era in piena pre-produzione – con il più classico degli escamotage: il world reset. Un mondo che viene riportato allo stato iniziale ma nel quale i personaggi portano con sé la maturazione personale che li porterà a vivere la loro vita in pieno, come evidenziato nel monologo finale di Shinji.
Un lieto fine senz’altro apprezzato, in linea con i toni meno ruvidi che il manga aveva sempre tenuto rispetto all’anime, ma forse troppo banale e mainstream per i canoni a cui Evangelion ci ha abituati.
Il finale della Rebuild (finalmente ci siamo) rappresenta in sintesi un’ulteriore evoluzione della chiusura del manga.
Nell’ultimo film, con l’Addictional Impact (perché non Fifth?), l’umanità non viene soltanto resettata ma riceve la “nuova genesi” di cui da ben 26 anni si faceva riferimento nel titolo ma non vi era mai stato un completo sviluppo: il mondo torna a essere quello di prima ma senza gli Eva. Gli Evangelion non esistono più in quanto viene rimosso l’elemento che è stato solo causa di grande sofferenza, chiudendo di fatto la storia e qualsiasi possibilità di riapertura del ciclo.
Ad accompagnare e scandire queste differenti strade ci sono le tre figure femminili che in tutte le edizioni sono state a fianco del protagonista: Asuka, Rei e Mari. Asuka è colei che nei film di End viene scelta come la “eva” di Shinji, Rei è la persona che nel manga più si avvicina ed entra in sintonia con lui (seppur il finale deluda un po’ le aspettative da questo punto di vista) e infine nella Rebuild vediamo al suo fianco Mari, unica persona insieme a Shinji che conserva i ricordi precedenti all’Additional Impact.
Ciò che in questo caso lascia perplessi è il modo in cui, soprattutto tra la serie TV e la Rebuild, vi sia uno scambio un po’ troppo forzato tra le figure che da sempre sono le co-protagoniste (Rei ed Asuka) e la nuova arrivata (Mari) che in un attimo si prende la scena: il personaggio è indubbiamente fonte di novità e freschezza, ma avrei preferito un maggiore “rispetto” per i personaggi storici che nella conclusione della storia vengono gettati in secondo piano.
Vi è infine la parte di lettura più introspettiva e legata all’autore.
Risulta infatti evidente come anche il regista sia cambiato e si sia evoluto nel tempo riflettendo nella sua opera le sue sensazioni più intime. Dalla depressione e tristezza della serie TV e dei primi film si arriva a una maturazione nella quale la felicità e la speranza prendono il posto al sentimento di rassegnazione e disperazione che tormentava i personaggi e, probabilmente, anche lo stesso autore. Con il trascorre del tempo Anno si è realizzato, è diventato un autore affermato e si è felicemente sposato con la mangaka Moyoko Anno. E ciò è evidente per esempio nelle scene più introspettive (lo storico tram) dove non si nota più quel senso di totale oppressione, ansia e tristezza, dalle tinte quasi distopiche, della serie originale ma anche nel carattere dei personaggi, più determinati e meno passivi di fronte alle situazioni (a parte Shinji la cui depressione è parte integrante della trama).
Dopo tanti anni siamo finalmente ai titoli di coda e nessuno si aspettava che il finale non facesse per l’ennesima volta discutere o dividere i fan. La speranza è che adesso Evangelion venga consegnato ai libri di storia senza essere riesumato per fini di marketing: la storia si è conclusa e adesso si può andare avanti nell’attesa che Hideaki Anno ci mostri nuovi orizzonti della sua incredibile creatività.
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