Saint Seiya: Knights of the Zodiac

08 August 2019
Quattro anni sono trascorsi dall’uscita del film di animazione di Saint Seiya realizzato dalla Toei per il 30° anniversario della serie e giunge ora in distribuzione mondiale Saint Seiya: Knights of the Zodiac, una nuova incarnazione legata all’universo dei Cavalieri dello Zodiaco. Seppur l’attesa sia trepidante ogni volta che viene presentato un nuovo prodotto legato a Saint Seiya, non posso fare a meno di domandarmi che senso possano avere tutti questi reboot, remake e spinoff mentre ci sarebbe ancora tanto materiale originale da sviluppare (qualcuno ha detto Next Dimension?).
Ad ogni modo questa produzione è stata fortemente voluta da Netflix nel tentativo di rilanciare il prodotto sul mercato americano, mai risultato troppo entusiasta della serie originale.
Prima di iniziare a riportarvi le impressioni sui primi 6 episodi pubblicati è doveroso un breve riepilogo della trama perché chi ha seguito il manga/anime storico potrebbe trovarsi spiazzato rispetto alle novità inserite nella storia (i nomi che utilizzerò fanno riferimento alla localizzazione storica italiana, per l‘attuale adattamento sarò più specifico nel paragrafo dedicato).
Seiya è un giovane ragazzo dotato di uno strano potere che gli fa brillare le mani e sviluppare capacità fuori dal comune. Ripreso con un cellulare durante una rissa, dove inconsciamente fa uso dei suoi poteri, viene condotto dal milionario Alman di Thule che gli presenta la figlia adottiva Lady Isabel e lo mette a conoscenza del fatto che sia la reincarnazione della dea Atena. Secondo la leggenda, ogni poche centinaia di anni si ripete ciclicamente una Guerra Sacra tra déi che vede Poseidone e Ade contrapposti ad Atena per la conquista della Terra. A protezione della dea sorgono così dei Cavalieri dotati di poteri speciali e Seiya potrebbe essere uno di loro. Alla leggenda però si associa una sinistra profezia che indica Atena e i suoi cavalieri come i responsabili che porteranno la Terra alla distruzione. Per questo motivo Vander Graad, vecchio socio in affari di Alman e studioso dei cavalieri, e una misteriosa organizzazione denominata “Grande Tempio”, cercano di assassinare la dea.
La storia procede seguendo la linea temporale del manga (quindi dopo lo scontro con Phoenix non arriva Docrates ma il Cavaliere d’Argento Eris) e al momento Netflix ha rilasciato soltanto i primi 6 episodi di una prima stagione prevista di 12.
Ciò che risalta subito guardando questo nuovo adattamento è l’evidente semplificazione dei personaggi e delle vicende narrate. Il tutto viene trasposto in un mondo che non è più di ambientazione anni 80 ma nella società contemporanea arricchita dalle tecnologie che ci accompagnano tutti i giorni.
Seppur questo aiuti indubbiamente a fare presa sulle generazioni più giovani, spoglia la serie degli elementi epici e di pathos che erano uno dei principali punti di forza di questo anime. Nondimeno si assistono a battaglie campali tra i cavalieri e soldati, elicotteri e carrarmati, riducendo i nobili scontri tra gli stessi cavalieri a brevi parentesi: scordatevi il duello ad altissima tensione tra Sirio e Pegasus durante la Guerra Galattica durato ben due episodi, qui il tutto viene concluso in 5 minuti, flashback compresi.
La volontà di introdurre un terzo avversario come Vander Graad, che in questo remake si cela dietro ai Cavalieri Neri e presumibilmente ai Cavalieri D’acciaio, e voler trasformare il Grande Tempio da un luogo a un’organizzazione segreta (in realtà solo sulla carta perché al momento nella storia è stata solo nominata) contribuisce a creare di certo elementi più originali ma forse mescolando un po’ troppo le carte.
Uno dei punti più contestati è stato il cambio di sesso di Andromeda/Shun che ora prende il nome di Shawn (tranne nella versione giapponese dove è rimasto Shun) ed è diventata la sorella minore di Phoenix. Come spiegato dal produttore della serie la scelta è stata presa per aumentare la “quota rosa” all’interno dei cavalieri e, tralasciando discorsi sul politicamente corretto, non mi ha destato troppe rimostranze poiché il carattere molto sensibile di Andromeda già nella versione originale si accosta molto bene a un personaggio femminile.
Resterà da capire, se mai ci arriveranno, come giustificare la scelta di Ade di reincarnarsi in una donna piuttosto che un uomo, ma al momento c’è da dire che la trama non ne ha risentito.
Arriviamo poi alla questione cruciale dell’animazione grafica, una CGI moderna che per troppi versi ricorda quella di un videogioco. Non nascondo di essere da sempre un amante delle animazioni fatte a mano, in totale accordo con la filosofia di Hayao Miyazaki, che permettono rendere molto più viva l’immagine. Certo un uso adeguato della CGI oltre a semplificare, velocizzare e migliorare la qualità del lavoro degli animatori può aiutare certe tipologie di scene, ma qui sembra di assistere a delle costanti “cutscene” di videogames come in Zelda Breath of The Wild. Anche qui i produttori hanno giustificato la scelta caduta su questo stile grafico con la possibilità di avere un risalto massimo dei particolari. Va riconosciuto che ad esempio i dettagli delle armature sono spettacolari, però di nuovo si assiste anche in questo campo a una perdita totale di epicità, già aggravata dalle scelte di sceneggiatura.
E che fine hanno fatto le splendide musiche del compianto di Seiji Yokohama?
La colonna sonora originale di Saint Seiya è un capolavoro nonché un pilastro che ha fatto la storia della musica di animazione ma non soltanto, quindi perché non riutilizzare tali musiche in questo remake? Anche Hiromi Mizutani aveva fatto un buon lavoro su Soul of Gold mentre devo dire che in questo remake le nuove musiche di Yoshihiro Ike, utilizzate in modo approssimativo già per dubbie scelte di regia, non lasciano assolutamente il segno.
Un ultimo paragrafo a parte lo merita il doppiaggio italiano che, come ogni volta, non mancherà di far discutere sulla solita tematica che ogni volta emerge.
Netflix ha deciso di confermare il cast del doppiaggio storico, ove possibile, affidando l’incarico di adattamento e direzione a Ivo De Palma, professionista di lunga militanza e storico doppiatore di Pegasus. Per quanto le voci siano datate e, in certe situazioni, stonino rispetto all’evidente giovinezza dei personaggi, io tendo ad apprezzare la coerenza con il passato e ad associare le voci a un determinato attore/personaggio e mi infastidisce avere differenze in caso di cambi purtroppo a volte obbligati (per fare alcuni esempi per me Benedit Cumberbatch è Francesco Pezzulli, Homer Simpson è Tonino Accolla, Doctor House è Sergio di Stefano e Seiya sarà sempre Ivo De Palma).
Per questo motivo sono stato piacevolmente sorpreso dai ritorni di Adriana Libretti e Jasmine Laurenti, rispettivamente Castalia e Tisifone, e dell’immancabile Felice Invernici su Virgo. La speranza è di rivedere anche Gabriele Calindri su Ioria dato che in questi primi episodi ha avuto veramente due battute e penso che si sia utilizzata una voce differente per motivi di ridotto spazio. Non mi ha sorpreso la mancanza di Toni Fuochi su Phoenix, già lo avevo sentito in difficoltà negli ultimi episodi di Hades e nel film e devo dire che il nuovo Mattia Bressan, pur avendo una voce diversa e più giovanile, riesca ad avere un enfasi spesso molto simile al precedente doppiatore (casualità o scelta non saprei dire).
L’adattamento questa volta è stato un po’ per tutti i gusti ma è dipeso esclusivamente dalle precise indicazioni del committente Netflix che lasciano qualche perplessità.
Si è infatti optato per una scelta preponderante della versione classica (quindi Isabel, Crystal, Sirio, Alman, Asher) intervenendo soltanto nei punti che già in passato creavano qualche dissonanza a partire proprio dal protagonista, ora tornato Seiya (perché Pegasus che indossa l’armatura di Pegasus era oggettivamente un po’ forzato!) e Andromeda diventata Shawn. Rimane il dubbio su Phoenix/Ikki perchè è stato deciso di utilizzare il nome dell’adattamento americano, ovvero “Nero”, scelta decisamente incomprensibile e incoerente.
In sintesi l’obiettivo di questo remake è abbastanza chiaro ma dubito che riesca a ottenere i risultati sperati: se non si trattasse di un titolo storico che si porta dietro una importante eredità ma fosse un prodotto totalmente originale, credo sarebbe un flop clamoroso. La scelta di epurare la serie dei suoi elementi più epici trasformandola in una sorta di “bignami” di quella originale, solo modernizzata nell’aspetto, non può essere un elemento vincente. È sicuro che almeno nei primi tempi riuscirà comunque a portarsi dietro la schiera di vecchi appassionati (più attirati dalla sue mancanze che non dalle sue qualità) interessati a seguire la rivisitazione del vecchio classico, ma resta la forte sensazione che i capolavori sia meglio consegnarli alla storia che non rimaneggiarli ancora una volta nel tentativo di ricavarci qualche soldo in più.
Netflix ha rilasciato i primi 6 episodi della prima stagione e non ha ancora annunciato quando saranno pubblicati i restanti. È notizia di questi giorni che la serie sia comunque già stata rinnovata per una seconda stagione di 12 episodi che coprirà l’arco narrativo dei Cavalieri D’Argento. Non ci resta che aspettare e vedere, senza sentirsi obbligati a resistere alla nostalgia di tirare fuori e rivedere i vecchi DVD!
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